Immaginate di camminare tra rose rampicanti che escono dalle finestre di una chiesa senza tetto, con un ruscello di acqua limpida che scorre accanto a un campanile medievale. Non è un quadro preraffaellita, è Ninfa, a pochi chilometri da Latina, ai piedi dei Monti Lepini. Ci sono stato in una mattina di maggio, con la nebbiolina che saliva dal lago, e ho capito perché tanti viaggiatori la chiamano il giardino più romantico d’Italia. Prima di essere un giardino, però, Ninfa è stata una città.
Una città che sparì sotto le rose
Il nome rimanda a un tempio romano dedicato alle ninfe delle acque, le Naiadi. La posizione era strategica, tra la via Appia e i monti, e le sorgenti garantivano abbondanza d’acqua. Nel Medioevo Ninfa diventò un centro prospero, con mura, un castello, mulini, ponti e quasi una dozzina di chiese. Nel 1159 vi fu consacrato papa Alessandro III, un segno dell’importanza politica del luogo.
Poi la caduta. Le lotte tra papato e Impero e le rivalità tra famiglie baronali la indebolirono, e nel 1381, in pieno Scisma d’Occidente, la città fu saccheggiata e devastata. Il colpo finale lo diedero le acque stesse. Le sorgenti, non più regolate, impaludarono la pianura, e con le paludi arrivò la malaria. Gli abitanti se ne andarono, e per secoli Ninfa restò un fantasma di pietre inghiottite dalla vegetazione.
Nell’Ottocento il medievista tedesco Ferdinand Gregorovius la visitò e la descrisse come una sorta di “Pompei del Medioevo”. Fu uno dei testimoni che consegnarono al mondo l’immagine di una città intatta e silenziosa, abbracciata dall’edera.
I Caetani e la nascita del giardino
La famiglia Caetani possedeva Ninfa fin dal 1298, quando Pietro Caetani, nipote di Bonifacio VIII, la acquistò. Per secoli, però, fu solo un possedimento lontano e malsano. La svolta arrivò tra Otto e Novecento. Ada Bootle-Wilbraham, nobildonna inglese sposata con Onorato Caetani, iniziò a frequentare le rovine insieme ai figli. Suo figlio Gelasio, ingegnere e poi duca di Sermoneta, avviò la bonifica del terreno e il consolidamento dei ruderi. Nei primi anni del Novecento piantò i primi cipressi e le prime siepi.
Il vero salto di qualità si deve al fratello Roffredo e a sua moglie, l’americana Marguerite Chapin. Marguerite fu una figura notevole. Animò la rivista letteraria “Commerce” a Parigi e poi “Botteghe Oscure” a Roma, ospitando scrittori come Truman Capote e Eugenio Montale. Ma a Ninfa la sua passione era botanica, e con Roffredo cominciò a introdurre piante nuove, scegliendole con occhio da pittore.

Poi venne la figlia Lelia, pittrice, che portò avanti la cura del giardino fino alla morte, nel 1977. Prima di morire affidò tutto alla Fondazione Roffredo Caetani, perché non si perdesse un lavoro durato oltre mezzo secolo.
Perché si dice «romantico»?
Il termine non è una semplice etichetta turistica. Ninfa risponde ai canoni del giardino romantico per tre motivi precisi.
- Il rapporto con le rovine. Le mura, la torre del castello e la chiesa di Santa Maria Maggiore non sono scenografie, sono il telaio del giardino. Rose e glicini si arrampicano sulla pietra senza nasconderla.
- L’acqua come protagonista. Il fiume e il laghetto, alimentati da sorgenti dei Lepini, attraversano il parco con acque limpide e freddissime, riflettendo alberi e archi.
- Il disordine controllato. Nessuna aiuola geometrica. Le piante sembrano nate spontaneamente, anche se dietro c’è una regia attenta, che riprende la tradizione paesaggistica inglese con la luce e il clima mediterranei.
Che cosa si trova nel giardino
Su circa otto ettari crescono, secondo le stime più citate, oltre mille specie e varietà. Alcune presenze tornano nei ricordi di chi visita il parco:
- rose rampicanti e antiche, che esplodono tra maggio e giugno;
- ciliegi da fiore e meli ornamentali, che colorano la primavera;
- aceri e altri alberi che in autunno virano al rosso e all’oro;
- magnolie, iris e piante acquatiche lungo i bordi dell’acqua;
- cipressi e lecci, che ricordano la struttura originaria del paesaggio laziale.
Un dettaglio che mi ha colpito: non c’è una stagione “giusta” in assoluto. La primavera è la più celebre, ma anche a fine estate o in ottobre il parco ha un fascino diverso, più malinconico e più vicino all’idea di rovina.
Oggi: un’oasi protetta e fragile
Nel 2000 la Regione Lazio ha dichiarato Ninfa monumento naturale. Il sito è gestito dalla Fondazione Roffredo Caetani con il supporto del WWF, e fa parte di un territorio ricco di biodiversità, dove si osservano uccelli acquatici e piccola fauna legata ai corsi d’acqua.
Proprio per questa fragilità l’accesso è regolato. In genere il giardino è visitabile solo in alcuni giorni del mese, in un periodo che va indicativamente dalla primavera all’autunno, con ingressi contingentati e visite accompagnate. Le date esatte cambiano ogni anno, quindi per il 2026 conviene verificare il calendario aggiornato della Fondazione prima di mettersi in viaggio. Qualche consiglio pratico:
- Prenotate con anticipo, soprattutto per maggio e giugno, quando i posti vanno esauriti rapidamente.
- Indossate scarpe comode: i sentieri sono in terra battuta e il percorso dura circa un’ora e mezza.
- Portate con voi acqua e un cappello, perché l’ombra non è ovunque.
- Abbinate la visita a Sermoneta, il borgo medievale che domina Ninfa e custodisce il castello Caetani.
Un luogo che insegna a guardare il tempo
Ninfa racconta una storia in tre atti: una città viva, un abbandono lunghissimo, una rinascita tutta affidata alla sensibilità di poche persone. Ciò che la rende speciale non è la quantità di piante, ma il modo in cui la natura e la rovina convivono senza che l’una cancelli l’altra.
Se la visita vi incuriosisce, il passo successivo è leggere qualcosa sui Caetani e sul paesaggio dell’Agro Pontino, oppure consultare il calendario delle aperture e scegliere con calma la stagione che preferite. Una volta dentro, vi consiglio di rallentare: a Ninfa il giardino si capisce meglio quando ci si ferma ad ascoltare l’acqua.









